Eccidio di BOVES

23/03/2024

 

L’ECCIDIO DI BOVES

Martiri per amore” furono Giuseppe Bernardi, parroco, e il suo vice, Mario Ghibaudo, prete da soli tre mesi, trucidati insieme ad altri 23 paesani. Boves – come il resto della Granda – non ha dimenticato quanto accadde il 19 settembre 1943.

Il settembre 1943 fu periodo di terribili repressioni naziste in molte zone del Piemonte.
Il 19 settembre i nazisti si spostarono a Boves dove due tedeschi erano stati catturati dagli uomini di Ignazio Vian, uno degli ufficiali che dopo l’armistizio dell’8 settembre decisero di combattere contro i tedeschi, raccogliendo attorno a sé bovesani renitenti e soldati della Quarta armata. Segue un breve scontro, nel quale cadono un partigiano e un tedesco.

Da Cuneo arriva Joachim Peiper, all’epoca maggiore al comando di un battaglione di granatieri corazzati della divisione Leibstandarte-SS Adolf Hitler.

Peiper ordina a don Bernardi e al bovesano Antonio Vassallo di farsi restituire da Vian i prigionieri e il caduto, pena la rappresaglia. L’ambasciata convince il comandante partigiano, i prigionieri sono rilasciati, ma la strage inizia lo stesso: 350 abitazioni bruciate, 23 civili uccisi tra cui il Don Bernardi, il viceparroco Don Ghibaudo, ucciso mentre aiuta delle persone, e il cittadino Antonio Vassallo.

Per Boves è solo il primo episodio della guerra alla popolazione civile: dal 31 dicembre 1943 al 3 gennaio 1944 i tedeschi scatenano una nuova rappresaglia con altre decine di morti e centinaia di case date alle fiamme; la guerra finisce con la fucilazione di sette uomini, il 27 aprile ’45.

 

ADRIANA FILIPPI - Raccontò con il pennello i venti mesi di lotta della Banda Boves, la leggendaria ormazione comandata da Ignazio Vian, operante nella località del Cuneese. Dipinti e ritratti, sotterrati per prudenza, in mostra permanente al Museo della Resistenza.

Adriana Filippi, nata a Torino nel 1909, laureata all’Accademia delle Belle arti di Firenze, insegnante elementare, già prima della guerra viene trasferita a Boves, allora piccolo villaggio del Cuneese, nella scuola di San Giacomo, la più alta delle frazioni del borgo, nel bel mezzo della montagna che sovrasta l’intera provincia, la Bisalta. 

Adriana ci ha lasciato un diario e 160 opere pittoriche, che rappresentano dettagliatamente i venti mesi della Resistenza. 

Adriana Filippi, “Grigioverde alla deriva”, 1943, olio su cartone cm 45 x 56,5

È a San Giacomo che già i primissimi giorni dopo l’8 settembre 1943 Adriana vede arrivare i primi soldati della IV Armata che, rientrati in treno dalla Francia e bloccati dai nazisti alla stazione di Cuneo, erano scappati all’ingiunzione fascista di prestare giuramento alla repubblica di Salò e arruolarsi nelle truppe collaborazioniste oppure di essere deportati in Germania. La Bisalta era il baluardo più vicino per rifugiarsi.

Filippi, “Visione di Boves in fiamme”, 1943, pastello colorato su carta, cm-54×71,5

Adriana vedrà arrivare decine e poi centinaia di soldati che costituiranno la prima Banda di Boves, comandati da Ignazio Vian, futura Medaglia d’Oro al Valore Militare alla memoria, e assisterà alla prima strage nazifascista d’Italia, il 19 settembre 1943. 

Filippi, “Mani in alto”. Il tenente, comandante Giuliano Bartolomeo, nel colpo di Pianfei, 1943, pastello su carta cm 55×46.jpg
Adriana Filippi con la madre Mariangela e il Presidente della Repubblica Gronchi

Le opere di Adriana Filippi testimoniano inoltre il rapporto di fratellanza fra Adriana e i partigiani che lei, insieme alla madre Mariangela, curava e aiutava, facendosi molte volte staffetta, trasportando e consegnando messaggi e pacchi. I quadri venivano abbozzati mentre i fatti stavano accadendo e completati più tardi. Diverse le battute che si scambiavano mentre lei dipingeva i partigiani.

Adriana Filippi, ritratto partigiano

Dalle scene collettive il passo fu breve per arrivare ai ritratti, straordinari, che ogni partigiano voleva farsi fare da lei. Questi però erano più rischiosi perché erano veri e propri identikit e, se entrati in possesso dei nazisti, avrebbero fatto identificare i combattenti. Fu così che Vian diede ordine ad Adriana di abbozzare soltanto i ritratti e di seppellirli nel bosco in due grosse casse. Il patto era che sarebbero stati terminati alla fine della guerra. E così è stato.

Una testimonianza vivida che ancora oggi, a quarant’anni dalla scomparsa dell’artista (Roma, 1982) continua a comunicare in modo fulminante gli orrori della guerra.

Filippi, uno dei quadri esposti al Museo della Resistenza di Boves (CN)

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Filippi, un’altra delle scene disegnate dalla partigiana, quasi scatti fotografici

Adriana Filippi, via quotidiana partigiana nella mostra permanente al Museo della Resistenza di Boves
Filippi, disegno. Il comandante Vian faceva seppellire le opere per impedire che, se fossero cadute in mano nazifascista, avrebbero permesso di identificare i combattenti della Resistenza

 

Elenco file allegati:

Informazioni su - ECCIDIO DI BOVES.pdf - 295,45 Kb

 

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